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Oggi è il 25 aprile gravato da fardelli storici spesso ripescati in maniera strumentale e per questo divisivi.

Forse, aveva ragione un presidente del consiglio di qualche anno fa, quando propose di far diventare il 25 aprile la festa della libertà, nel presupposto che la libertà è irrazionale e può portare al bene e al male, ma se la si nega per paura del male, il male prodotto è ancora più grande.

Quest’anno, poi, il 25 aprile è “caricato” di qualcos'altro, dalla “liberazione del virus” come se fosse una guerra.

Gli USA nell’uso della terminologia bellica sono senz’altro dei maestri, ma tutti noi siamo forse un po’ tentati di usare gli stessi toni.

D’altro canto, quante volte abbiamo sentito usare il termine “liberazione” a mo’ di metafora: liberazione dal bisogno, dalla tirannia del modulo, addirittura la liberazione dalla carta e dalla burocrazia.

Forse, a qualcuno verrebbe voglia di “liberarsi dalle metafore”!

L’unico problema è che un virus non è un regime e che è addirittura più imprevedibile della burocrazia.

Sono necessari sforzi straordinari, su questo non c’è dubbio, ma bisogna continuare a fare l’ordinario bene in questi tempi straordinari.

Ad esempio, basta scrivere di semplificazione: scriviamo bene le norme.

Ancora il Green New Deal è l’unica chiave per un “Greenrecovery”, affermazione ricorrente: certo lo sviluppo sostenibile sarà fondamentale (e chi lo mette in dubbio?), ma non distraiamoci troppo con i colori e badiamo a fare qualcosa di nuovo e insieme concreto.

Fare l’ordinario in tempi straordinari, un po’ come ha fatto il settore cartario nelle settimane appena trascorse fornendo il suo supporto essenziale al benessere di ognuno di noi.

Sapendo che se la carta è “essenziale”, lo sono anche gli altri settori manifatturieri.

Fare l’ordinario in tempi straordinari, celebrando la memoria o – perché no? -  la liberazione dalle metafore.

Con il sottofondo dell’inno di Mameli o di “Giu’ la testa” di Morricone. Fate voi.

A cura di Massimo Medugno

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